Riflessioni: “Costruire una laboriosa stratificazione di cose…”

«Il vuoto architettonico verrà lentamente riempito da oggetti che, lungi da saturarlo, ne modelleranno, comprimendolo e plasmandolo, la forma.

E’ in questo lento dipanarsi di decisioni funzionali, di soluzioni formali, di opzioni estetiche, di scelte irriflesse che l’abitante prende possesso dall’abitazione e la fa propria. Il senso del possesso si manifesta nella costante ricerca di una identità, nella volontà di riconoscimento che nutre il <desiderio> e lo proietta in un sentimento di appartenenza nel quale precipitano e si amalgamano immagini archetipiche e ruoli moderni.

Ma il processo ha una direzione precisa – quella del profondo. 

Arredare è, in un modo o nell’altro, penetrare nel cuore dell’abitazione, scandagliarne i confini estremi, individuarne i recessi, costruire una laboriosa stratificazione di cose, risorse, certezze, memorie. […]

La cultura architettonica parla, freddamente, di <microambienti>, il che ne ribadisce la natura spaziale, il carattere ancora architettonico. Diverso è invece il caso della profondità che si esprime nell’arredamento: quella che fa della semplice mobilia una caverna del tesoro, un antro del mago, un’isola incantata, è di natura immaginaria, onirica. Essa esprime non una situazione, ma un sentimento, l’impulso a vedersi riflessi nell’oscuro specchio del sé.

Di questa profondità, la misura spaziale è irrilevante: l’intensità dell’abitare può sprigionarsi anche dal fondo di un semplice cassetto. Ciò che importa, al contrario, è la sua dimensione ideale, quella che dà conto della progettualità implicita in ogni processo d’arredamento, nel quale si imprimono pulsioni molteplici, che troveranno una rappresentazione – spesso oscura, illeggibile, enigmatica – nel disegno stesso dello spazio arredato. […]»

(Estratto da: ”Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini.”Maurizio Vitta – Torino, 2008)

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